CONCORSO  «Storie di migrazioni»

LA STAMPA

RAI Torino

 

15 Maggio 2003:  "Les Droles" premiati alla Fiera del libro di Torino dal concorso "Storie di migrazioni".

Con un testo di Eleonora Manzin riveduto e corretto dal Comitato Scrittura Creativa dei Droles.

 

 ESILIO    (testo con copyright)

L’agonia delle genti istriane ebbe inizio nel 1945, a Liberazione avvenuta. Pola e Trieste, in attesa della definizione delle nuove frontiere, subirono l’occupazione da parte delle truppe anglo-americane: la zona più vasta del territorio istriano e dalmata invece fu occupata dalle truppe di Tito. Le intimidazioni e le minacce più o meno larvate, che a mezza voce erano state formulate dagli slavi e dai loro coadiutori, divennero effettive non appena costoro si furono insediati. La paura, incontrollabile, investì paesi e città; la Via Crucis dell’esodo ebbe così il suo inizio: clandestinamente o con il passaporto, in solitudine o in gruppo, poche persone prima, tante poi, diedero l’avvio al loro Calvario.

Sin dai primi giorni dell’occupazione, sui muri delle case e dei giardini comparvero scritte cubitali in lingua slava: “Trieste è nostra”, “Pola è nostra”, “Viva Tito, a morte i traditori”. Queste frasi me ne richiamavano alla memoria altre, altrettanto nere e minacciose, ben evidenziate sui muri delle stesse case e degli stessi giardini.

 Al tempo della mia infanzia, me le trovavo davanti, indecifrabili. Risaltavano in posizione visibilmente strategica ed io, scorrendole con gli occhi, feci esercizio di lettura non appena incominciai a sillabare: “Noi righerem diritto”, “Libro e moschetto fascista perfetto”, “Credere, obbedire, combattere. Mussolini”.

Stavano là come tanti scarafaggi in fila ad imbrattare il muro e pronte ad imprimersi nella mente.

Al tempo del mio sillabare, il primo grande sconquasso europeo era già avvenuto, l’Impero asburgico era stato sbriciolato e spazzato via da quasi vent’anni, gli istriani e i dalmati, da sudditi di un grande e sfaccettato coagulo di realtà politiche, erano divenuti sudditi della ben più piccola nazione italiana.

Con la fine della prima guerra mondiale, il fascismo s’impossessò del potere e su tutto il territorio italiano emanò nuove leggi e soffocò nel sangue la nascita di una giovane democrazia. Azioni punitive, bastonate a morte, olio di ricino, prigione e confino a chi non accettava le imposizioni fasciste.

Sulla popolazione istro-dalmata, poi, ci fu un ulteriore accanimento: gli slavi, qui residenti da generazioni, dovettero italianizzare i loro cognomi, furono italianizzati i nomi dei paesi e città, la lingua ufficiale imposta fu l’italiano ed ai bambini slavi fu imposta la scuola italiana… Questi episodi violenti, però, facevano parte di un vissuto lontano, sfumato, che non conoscevo e che non mi apparteneva: infarcita di dottrina fascista, non appresi che molto più tardi la verità sulle atrocità compiute dai fascisti al loro apparire sulla scena politica.

Il fascismo, inoltre, assegnò una gran parte dei posti di lavoro lasciati liberi dai funzionari austriaci che alla conclusione del tristo capitolo inerente alla prima guerra mondiale erano rientrati nelle loro città d’origine a cittadini italiani provenienti dal sud d’Italia, naturalmente a scapito dei locali. Per sanare la “voragine” prodottasi nelle casse dello stato a causa della guerra, il fisco impose esose tasse soprattutto nei confronti dei già stremati contadini e le gabelle da pagare divennero un flagello per le famiglie. La siccità, piaga senza soluzione per la mia terra, la grandine, le malattie delle viti giocavano poi un ruolo determinante, e l’economia agricola locale, che al tempo del dominio asburgico era fiorentissima, nel nuovo contesto ebbe un pauroso tracollo e per la maggior parte delle famiglie la povertà divenne compagna inseparabile.

Nell’anno 1935, mia madre fu assunta per concorso alla Manifattura Tabacchi di Rovigno. Il nostro piccolo nucleo familiare dalla natia Valle d’Istria si trasferì in questa ridente cittadina: io avevo appena compiuto i sei anni e mio fratello quattro. Le finestre della nostra nuova casa si spalancavano sul mare. La scuola d’inverno e il mare d’estate fecero sì che i brevi anni la mia infanzia trascorressero nella bellezza e nell’asperità di quei luoghi.

Appresi casualmente dello scoppio della seconda guerra mondiale in quello che definito “funesto” mese di giugno del 1940. Seduta sulla soglia di casa, osservavo un gruppetto di persone che via via si erano radunate per ascoltare la voce tonante di Mussolini, che con enfasi annunciava la nostra entrata nel conflitto a fianco dei “fratelli tedeschi”. La Voce fuorusciva da una radio posta, tra gatti e gerani, sul davanzale di una finestra al piano terra di una casa situata   nella piazzetta nel bel mezzo del paese. Gli uomini commentavano il fatto con imprecazioni nei confronti del re e di Mussolini, artefici di una tal sciagurata decisione che, asserivano, “avrebbero portato tutti alla rovina. Ma la Voce tuonava: “Vincere e vinceremo”. Le urla di consenso della folla di Roma erompevano dalla radio, invadendo ogni angolo e impossessandosi paurosamente delle strade e delle case del piccolo ed assonnato paese. Con l’andare del tempo, alla conclusione di ogni entusiastico notiziario, la radio trasmetteva baldanzose canzone marziali che ci avrebbero accompagnato per tutti gli anni del conflitto. Anch’io pensavo che noi la guerra l’avremmo vinta: la nostra Patria era forte e invincibile e i nostri soldati erano tutti valorosi. Lo asseriva anche i nostri insegnanti… avevamo vinto la guerra d’Africa, di Spagna e d’Albania, con certezza avremmo vinto anche questa. Non diedi troppo peso all’incalzare degli avvenimenti che si verificarono in seguito. La guerra incendiava l’Europa, ma per il momento non ci riguardava, tutto si volgeva altrove.

Mio nonno, sempre polemico con i “paroni del vapor”, inveiva contro austriaci e preti prima, fascisti e preti poi. Se incrociava casualmente i suoi due gatti, cui aveva posto il nome di Negus e Duce, sfogava le sue ire allungando loro qualche pedata, che non coglieva mai nel segno. I gatti erano sempre più veloci di lui. Non porgevo orecchio alle sue parole, tanto lui inveiva sempre contro tutti, sempre. Vivevo la mia stagione adolescenziale e apprendevo, come tutti i miei coetanei, a scuola e in chiesa che le regole da rispettare erano “Credere, obbedire, combattere”, tanto la guerra sarebbe stata “lampo” e con relativa vittoria.  Ben presto di trionfalistico non ci furono che le canzoni.

I mesi di guerra iniziarono a snodare la loro tragica ed infernale trama. I disagi sempre più evidenti non tardarono a farsi sentire: la penuria di cibo, il vestiario che iniziava a scarseggiare, la mancanza di legna di ardere… inoltre, un’altra paura si stava concretizzando: fascisti e tedeschi, armati sino ai denti, si erano insediati nei punti vitali dei paesi e delle città, dove non erano rimasti che donne, bambini e vecchi. Malgrado tutto, il desiderio di vivere era forte e noi ragazze continuavamo a canticchiare “Lilì Marlene” e “Vai, vai bel soldatin, vai, vai col tuo destin”,ed a leggere gli ingenui e sdolcinati romanzetti rosa che raccontavano di nascenti amori  fra bionde fanciulle e valorosi marinai o aitanti avieri senza macchia e senza paura ed a sognare, complici il mare, il cielo azzurro e il sole, che pure vedevamo oscurato agli aerei da bombardamento carichi di morte.

Con il susseguirsi degli anni di guerra, il lavoro di mia madre divenne più che mai prezioso: il tabacco, infatti, era una merce di scambio ricercatissima e con quell’oro profumato le donne riuscivano a procurare alla famiglia cose da sogno come sale, zucchero, olio, farina… Mia madre, tornando a casa la sera, o quando la sirena squarciava l’aria con il suo urlo d’allarme rincasando trafelata, con un moto di complicità mi consegnava il “pacchettino” ben confezionato, da far sparire in un buco della scala di legno che portava al piano superiore e che, ne eravamo convinte, conoscevamo solo noi: nascondevamo con la stessa cura anche i giornaletti ciclostilati che il nonno ci dava da custodire, sui quali campeggiavano in un bel colore rosso fuoco la falce ed il martello.(Egli viveva con noi da oltre un anno: era sfuggito a morte sicura, gettandosi dal treno che lo portava dal campo di concentramento di Cairo Montenotte, sino alla Germania). I nascondigli prescelti erano ingenui come chi li sceglieva e tutti noi rischiavamo la vita senza averne coscienza.

Quasi inaspettata giunse la primavera del 1945: io la sentivo particolarmente splendida. Nell’aria, un sentor di disfatta: notizie contraddittorie  si alternavano, tedeschi e fascisti in fuga distruggevano tutto ciò che era loro possibile distruggere…La guerra, con tutte le atrocità compiute dall’uomo imbestialito, stava per concludersi.

La notizia del grande convegno sulle colline carsiche arrivò inaspettata: vincendo la paura, in un pomeriggio di sole, a piccoli gruppi o a coppie, sperando di non incontrare le spie che pensavamo sguinzagliate ovunque, ci avviammo al grande raduno organizzato dai partigiani sulle colline carsiche. Ragazzi e ragazze con occhi lucenti di gioia percorrevano sconosciuti sentieri, si inoltravano in fitti boschetti, sino alla grande raduna dove i partigiani slavi in segno di fratellanza ci invitarono a ballare con loro il “Kolo di Tito”. Ballai anch’io il mio primo kolo, cantando in coro “druse Tito, oi druse Tito, violetta bianca”, e biascicando incomprensibili parole in una lingua che mi era totalmente sconosciuta ed un sottile malessere s’impadronì di me per qualcosa che non riuscivo a capire. Notammo l’assenza dei partigiani istriani ma non demmo molto peso a questo particolare, senza dubbio erano impegnati altrove.

Conclusasi la guerra, in un arco breve di tempo, molti fatti si sovrapposero, molte speranze e illusioni comparvero e si dispersero e tutto ciò che era stato sancito dalle potenze vincitrici fu attuato. L’Esercito dei Partigiani di Tito s’insediò definitivamente nell’Istria e la Dalmazia e promettendo libertà le colonizzò con la benedizione dei vincitori di quella disgraziatissima guerra e l’indifferenza del Governo italiano. Negli anni che seguirono fiumi d’inchiostro furono usati su montagne di carta per spiegare le ragioni di quel trapasso di potere. La sorte di quel lembo di terra, della sua storia passata, della sua gente non interessava nulla a coloro che trattavano la spartizione del mondo, alimentando così un esodo di massa che dissanguò in modo irreversibile quelle Terre, favorendo in tal modo l’insediamento degli usurpatori.

Tempi duri di un nuovo imbarbarimento, dolorosi anche nel ricordo.

Le rivalità politiche e l’odio s’insinuarono profondamente nell’animo delle persone e triste fu scoprire un nemico nel proprio fratello o vicino di casa. Le famiglie si divisero, gli amici si dissolsero e la cappa di piombo del sospetto e della paura avvolse ogni casa e ogni persona. Mille occhi spiavano e mille orecchie ascoltavano ed ogni parola poteva giocare a sfavore tuo nel contesto familiare e sociale.

Svanita che fu l’euforia della liberazione, con il passare dei mesi, cresceva nell’anima delle persone, tangibile, la convinzione amara che l’Istria non si sarebbe mai più ricongiunta all’Italia. Inevitabilmente, svanì anche l’auspicata ipotesi che il territorio istriano con la Dalmazia e Trieste potesse  essere proclamato “Territorio libero” con propri governanti e proprie leggi. La vagheggiata libertà per la quale tanti Partigiani avevano combattuto ed erano morti, si rivelò rapidamente un’utopia, le speranze si dissolsero come neve al sole. I dominatori slavi non perdevano occasione per ribadire i loro diritti sul territorio occupato e su Trieste e Pola; i traditori erano tutti coloro non in linea con il Partito comunista jugoslavo e con i suoi dogmi, coloro che si disinteressavano più o meno apertamente del nuovo credo politico, i pacifici insomma, senza dubbio la parte preponderante della popolazione che scelse poi in massa la via dell’esilio: nell’arco di alcuni anni, trecentocinquantamila persone regolarmente o clandestinamente varcarono la frontiera per trovare rifugio in Italia e sfuggire così ad una mirata carneficina.

Con l’occupazione dei Drusi, molte persone sparirono senza lasciar traccia: i designati venivano prelevati di notte e le loro famiglie derubate di tutto ciò che i nuovi padroni ritenevano interessante: scarpe e biciclette… “i compagni mancano di tutto…”. Processi sommari con condanne esemplari venivano improvvisati da folle completamente estranee al tessuto sociale locale. Le “foibe” fagocitarono un numero imprecisato di esseri umani vivi, morti o feriti, uniti fra loro con fil di ferro. Anche in questo, come in tutti gli sconvolgimenti bellici seguiti da nuovi insediamenti di potere, vendette politiche vengono consumate insieme a quelle personali, nel qual caso il denunciante resta nella quasi totalità delle situazioni anonimo, e con una sola denuncia verbale ha l’opportunità di liberarsi condannando a morte una persona ritenuta scomoda. I processi vengono dibattuti nella “Casa del Popolo”. Folle raccogliticce ed esagitate ascoltavano rumoreggiando le accuse che piovevano sul malcapitato di turno. Incominciavano poi ad agitarsi e gridare fintanto che le voci diventavano un boato “A morte, a morte”. Fra urla e minacce il processo si concludeva. La sorte dell’imputato da quel momento era sancita e fra insulti, sputi e botte, veniva trascinato in carcere. La prigione di Pisino, conosciuta come l’ultimo e tragico luogo di sosta dei condannati, ospitò un numero imprecisato di esseri umani che lì conclusero la loro esistenza sprofondando nelle fauci orribili della foiba limitrofa allo stesso carcere. I corpi che furono qui scaraventati alzarono il livello del terreno di diversi metri. I giornali clandestini denunciarono la carneficina ed un’altra fonte di sgomento s’insinuò nella popolazione. Quello era un tempo da lupi e molti agnelli furono sacrificati invano.

Nel 1946 raggiunsi mio padre a Trieste: qui vissi avvolta dalla malinconia e morsa dalla nostalgia per il mare e le pinete, mia madre e tutto ciò che avevo lasciato. Mi capitò di partecipare ad una delle manifestazioni durante le quali si chiedeva a gran voce il ritorno all’Italia delle terre invase dalle truppe di Tito. Il giorno stabilito, giovani e adulti a frotte raggiungevano piazza Unità d’Italia, l’oratore di turno recitava la sua parte, la Madre Patria veniva invocata ripetutamente ed all’unisono e le voci giovanili intonavano infiammate gli inni patriottici. La polizia caricava con manganelli e bombe lacrimogene, disperdendo i dimostranti che si allontanavano il più rapidamente possibile per non finire in questura. La città riprendeva il suo ritmo umiliato, rimanevano a terra come tanti fiori appassiti grandi quantità di volantini che inneggiavano alla libertà di Trieste e delle zone occupate. Col senno di poi, si può ben dire che i raduni in piazza Unità d’Italia servivano solo a scombussolare la vita cittadina. Inoltre, si poteva restar feriti o morire per una causa che, nel frattempo, era già stata decisa altrove.

Con l’inizio dell’autunno, fui richiamata a casa: dovevo aiutare mia madre a raccogliere le poche cose salvate dalla vendita delle masserizie che si era resa necessaria per evitare la fame. Rovino in quelle prime giornate di ottobre era splendida, il cielo terso, il mare quieto: non seppi resistere, mi tuffai e nuotati a lungo per un’ultima volta nelle acque già fredde, non avrei potuto andarmene senza compiere questo atto d’amore con il mare. Era infatti giunto il momento di imballare i quattro “strafanici” rimasti, poiché tutti ormai eravamo convinti che non si poteva convivere col fantasma della paura e della morte. Era divenuto necessario recidere il cordone ombelicale con la nostra terra il più rapidamente possibile. Rovino, in quelle prime giornate di ottobre, era splendida, il cielo terso, il mare quieto: non seppi resistere, mi tuffai e nuotai a lungo per un’ultima volta nelle acque già fredde, non avrei potuto andar via senza compiere questo atto d’amore con il mare.

Giunsero quasi inaspettati i documenti che ci davano l’opportunità di varcare la frontiera e arrivò il giorno della partenza: mi sentivo elettrizzata da questa straordinaria avventura e nuovi pensieri occupavano ora la mia mente di diciottenne, ero proiettata con tutta me stessa verso il futuro, neppure per la frazione di un secondo collegavo il nostro esodo con quello imposto alla stessa mia gente trent’anni prima. Ritenevo la mia partenza, più che uno sradicamento, un inserimento in una realtà indubbiamente a noi positiva. Non potevo soffermarmi a paragonare una situazione all’altra. Le mie capacità di analisi si sarebbero sviluppate molto più tardi.

Gli anni bui della prima guerra mondiale erano per me infatti racconti nebulosi, remoti, narrati nelle lunghe sere d’inverno intorno al fuoco e con la “bucaleta della malvasia” a portata di mano da nonni e zii: i campi profughi, i disagi, la promiscuità, la fame e il freddo lacerante, le terre abbandonate incustodite preda degli sciacalli, le case profanate… la gramigna e gli uccelli selvatici che ritrovarono gli istriani tornati a scaglioni…e per tale immane disastro a chi avrebbero dovuto render grazie? A Cecco Beppe o a Vittorio Emanuele III? Maledirono e ripresero a lavorare e ricostruire. Questi avvenimenti io ben li conoscevo, ma li collocavo in un tempo astratto che non mi coinvolgeva.

L’ultima sera, prima del distacco definitivo per raggiungere “la terra promessa”, ci recammo dai nonni per l’addio. Udimmo ancora una volta, e fu l’ultima, gli anatemi del nonno nei confronti di “quei maladeti fasisti italiani” e li abbandonammo nella loro solitudine. . Il nonno sarebbe poi stato addirittura cacciato ancora una volta in prigione dai nuovi padroni. La loro casa fu privata di voci giovanili ed il camino si spense per sempre. Il dissanguamento divenne evidente: il paese si stava spopolando giorno dopo giorno.

 “Ma, bando alle malinconie!” mi ripetevo in cuor mio, “se loro avevano deciso di rimanere, beh, pazienza…che restassero pure…” . Chi se ne andava sentiva inevitabile e sprezzante il rimprovero muto o palese di chi restava; nell’egoismo giovanile, ricacciavo la pena di aver visto la nonna piangere, ed il nonno, no, non piangeva, lui, malediva. Non potevo far a meno di pensare, entusiasta, che la meta da raggiungere era la grande e sconosciuta città: Torino, e non permettevo in nessun caso alle incertezze ed ai timori di fare breccia nel mio cuore.

Partimmo da Rovino una fredda mattina di dicembre, con uno scassatissimo treno, e tutto dava a pensare che l’incubo di quell’infelice viaggio non dovesse più finire. Drusi e Drugarizze, ovvero la polizia titina, salirono sul treno, frugarono persone e bagagli, controllando minuziosamente i documenti con fare minaccioso e con mitra a tracolla, bloccarono il treno per tempi interminabili che valevano un’eternità. Altri Drusi con altrettanti tremendi cipigli si ripresentarono alla fermata successiva, ripetendo esattamente parole e gesti di quelli che li avevano preceduti. Quando finalmente   attraversammo la frontiera, ci parve di essere arrivati a toccar con mano la Libertà.

Ora eravamo dei profughi, e questo marchio invisibile ma concreto non ci abbandonò che molti anni più tardi.

Il primo impatto traumatico con la nuova realtà lo ebbi qualche giorno più tardi nei silos di Trieste, dove erano ospitati zii e cugini che dopo una breve sosta in questo luogo inospitale avrebbero  raggiunto il campo di raccolta loro assegnato, ma per il momento sconosciuto. Ci riuscì di trovarli dopo un’attenta ricerca: l’interno del fatiscente edificio era freddo, male illuminato, conteneva persone, bagagli e masserizie accatastate.Si udiva il lamento dei bambini che le madri cercavano inutilmente di acquietare; la gente era spaurita e disorientata, fantasmi minacciosi si profilavano nella mia mente, richiamandomi ad un’insospettata realtà.

Apprendemmo che tutte le famiglie prive di contatti personali sul territorio italiano venivano dirottate nei campi di raccolta ubicati nei punti più disparati della penisola, senza possibilità di scelta. Le mie confuse speranze subirono una brusca frenata: la Grande Madre Italia stava rispondendo come una matrigna alle richieste accorate di asilo dei propri figli.

La sosta a Trieste si protrasse per alcune settimane, e con l’avvento del nuovo anno 1947 partimmo per Torino su di uno sferragliante e lentissimo treno che attraversava distese innevate a perdita d’occhio, sotto un cielo plumbeo che non preannunciava nulla di buono. Torino ci accolse nel tetro rigore di un inverno gelido che per noi, abituati ad un clima mediterraneo temperato, divenne con il passare dei giorni insostenibile. Eravamo malvestiti, con delle vecchie scarpe che si inzuppavano d’acqua rapidamente…Fummo ospitati da conoscenti in una casa popolare del rione Madonna di Campagna, una casa che più deprimente di così non poteva essere, con un “cesso” fuori che veniva usato da più famiglie,…in mezzo a persone che ci scrutavano con fare sospetto e scostante: ci sentivamo giudicati. Il tessuto sociale che ci circondava era composto in prevalenza da operai che prestavano la loro opera nelle grandi fabbriche della zona e che avevano combattuto all’interno di queste per liberare l’Italia dai fascisti. Sentivamo tangibile il rifiuto della nostra presenza considerata anomala, perché ritenuti colpevoli di essere fuggiti da un Paese dove si stava costruendo il Socialismo, ed eravamo ritenuti nemici della Resistenza e dei suoi valori. Torino era distrutta grandi steccati delimitavamo le voragini scavate dalle bombe ed alti mucchi di neve grigiastra ingombravano i marciapiedi antistanti le case, rendendo il percorso accidentato e il tutto era così diverso, senza cielo, senza mare, senza bora, senza nonni, da come l’avevo immaginato che giorno per giorno sentivo    sbriciolarsi in me le passate certezze, mentre con le scarpe scalcagnate ed inzuppate d’acqua, aggrappata al braccio di mio padre, andavo da un ufficio all’altro: Anagrafe, Prefettura, Associazione Venezia Giulia e Zara… Qui ci fu data l’opportunità di rovistare, a titolo gratuito, in un mucchio di vecchi indumenti e brutte scarpe che non avevano niente a che fare con la stagione che stavamo attraversando…Le famiglie americane avevano ripulito i loro armadi…

Mio padre rifiutava l’inserimento in un campo profughi ed ottenne un inserimento in provincia di Cuneo, a Busca: “Vedrai, la casa futura non è paragonabile a questa, staremo tutti assieme, ci troveremo bene…”

Concluse le pratiche burocratiche, partimmo  da Torino senza troppi rimpianti su di un ennesimo scassatissimo treno; dal finestrino, lande desolate, neve e ancora neve. Poi alcuni chilometri a piedi nella fanghiglia gelata, ed ecco la famosa “reggia”decantata da mio padre: una vecchia filanda in disuso, ostile come la neve, l’alto muro che la circondava, le nere finestre, i portinai sospettosi che ci accolsero con diffidenza: ebbe così inizio, nella provincia Granda, un nuovo capitolo della nostra vita.

Mia madre, non ancora quarantenne, due guerre, due esodi, tre figli, ottenuto il trasferimento alla Manifattura di Torino, fu costretta a prendere pigione a Torino, presso la “Madama”, persona fuor dal comune e che strappava la vita coi denti e parlava esclusivamente il dialetto piemontese, gesticolando con le sue grandi possenti mani. Aveva grandi occhi azzurri mobilissimi e sporgenti che – mi pareva – ad un brusco movimento della testa sarebbero potuti schizzar fuori dalle orbite, rotolando in qualche angolo buio della cucina ingombra, si fa per dire, di ogni ben di Dio. Nostro padre ottenne la licenza di venditore ambulante di gomme da bicicletta e motociclo e girava l’Italia del nord ottenendo proventi irrisori; anch’egli rientrava a casa solo per il fine settimana. Mio fratello venne accolto nel collegio dei Salesiani di Cuneo, dove “i buoni Fratelli” non perdevano occasione per sottolineargli la sua condizione di studente povero. Lo raggiungevo con la bici di mio padre la domenica pomeriggio per poche ore, poi rientrava e il grosso portone si rinchiudeva alle sue spalle con un tonfo sinistro, lasciando me sola e lui ancora più solo. Durante la settimana vivevo nella filanda con mia sorella, che, compiuti i sei anni, iniziò la scuola con un brusco impatto con l’ignoranza e la cattiveria umana: la sua maestra, un’ex partigiana, ravvisava in lei, piccola bimba spaurita, una probabile “nemica del popolo”, essendo noi fuggiti da un paese socialista, non potevamo che essere fascisti.

Con il sopraggiungere dell’inverno, tutto poi si complicava a dismisura: con la neve, aumentavano le mie difficoltà di approvvigionamento di acqua alla fontana e di legna; il mio animo era sempre più malinconico e poiché con qualcuno dovevo ben comunicare, cercai di immettermi sulla lunghezza d’onda di due persone che, superata la diffidenza nei miei confronti, volentieri mi svelarono, esprimendosi sempre in dialetto alcuni misteri del luogo: Battistin e Ciottina, facce bonarie che sembravano appena usciti da una vecchia stampa dell’Ottocento. Tramite loro conobbi altre persone e una nuova realtà che non faceva parte del mio vissuto: ad esempio l’allevamento dei bachi da seta d’estate ed il rifugio nelle stalle alla ricerca di calore d’inverno.Qui gli umani, incuranti di quello che li circondava, chiacchieravano allegramente con un sottofondo di ruminare e muggire delle mucche. Fu Battistin a spiegarmi che gli uomini neri che vedevo passare e ripassare sulla strada,al di là del fiume, non erano preti né carabinieri, ma comuni cittadini che ancora vestivano il mantello a ruota; Battistin, invece, indossava spesso una camicia nera, fatto alquanto curioso, dato il periodo che stavamo attraversando: il nero in quel momento non era di moda, soprattutto in fatto di camicie. Un giorno mi raccontò strizzando gli occhi che alcuni fascisti in fuga gli avevano regalato alcune camicie nere, e che egli le indossava solo per non consumare quelle di colori chiari che usava “solo per la festa”. Fu Ciottina ad accompagnarmi al mio primo ballo al palchetto, dove peraltro “feci tappezzeria”. Io parlavo esclusivamente l’italiano.

Gli anni che seguirono furono un po’ meno difficili, e dopo ventotto mesi di nostalgia e di lunghe corrispondenze con gli amici sparsi per le varie città d’Italia, mio padre decise di ricomporre il nostro nucleo familiare a Torino, nuovo miraggio di rinnovamento e d’integrazione nel tessuto sociale.

Ci trasferimmo nell’aprile del 1949 e prendemmo alloggio in un minuscolo appartamento di corso Quintino Sella. La casa era una vecchia cascina riadattata ad appartamentini e con inadeguati servizi igienici. Le due stanzette ci furono assegnate d’ufficio dalla commissione alloggi del Comune, che sistemava per quanto le era possibile diverse categorie di persone particolarmente sfortunate: reduci, profughi, famiglie senza casa per via dei bombardamenti, ecc. Noi eravamo tra “i privilegiati”, ma al momento di entrare in possesso dell’appartamento, riscontrammo che era occupato…la guerra tra poveri si risolse con uno sfratto esecutivo per gli abusivi, che dovettero raccogliere le loro poche cose ed andarsene. Purtroppo non esistevano soluzioni alternative né per noi né per loro. Torino ci accolse con giorni e giorni di pioggia, il Po ai livelli di guardia e la terribile sciagura del Torino a Superga.

Per riallacciare i legami con zii e cugini, iniziai a frequentare il campo di borgo S.Paolo, e toccai con mano le difficoltà, la sporcizia, l’insofferenza e la solidarietà accentuate dalla forzata promiscuità di gruppi familiari che, a parte la provenienza, ben poco avevano in comune e che vissero dieci anni, separati prima dalle sole coperte appese a corde tese tra una parete e l’altra, poi dai mobili di casa, che nel frattempo avevano raggiunto i legittimi proprietari.

Sono passati più di cinquant’anni da allora, altri lupi e altri draghi mi attendevano; imparai ad aprire finestre che prima tenevo chiuse, e posso ora dire di essere quella che sono grazie alla cultura, all’accettazione, alla tolleranza, alla poesia, ai tanti piemontesi, meridionali ed oggi anche extracomunitari, con i quali ho intrecciato un rapporto affettivo e culturale.

Ho mantenuto negli anni i contatti con la gente della mia terra, ed in Italia con le Associazioni Profughi Istriani, l’anno scorso ho incontrato i bambini che frequentano la scuola italiana di Rovigno, ho esposto i loro  disegni presso alcuni locali dell’Associazione Poeti della Valsangone di cui sono Presidente.

Ritengo indispensabile contribuire a mantenere vivo il ricordo di quella civiltà che fu superba e che da nessuna dominazione si lasciò annullare: riesco così a superare il rimpianto di aver dovuto recidere ed abbandonare le mie radici e la nostalgia di quegli affetti, di quel vento, di quella terra dove ho mosso i primi passi e dove ho seppellito i miei avi.

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